RSA - il difficile compito per il medico

DOC : SLTB/000001; 31-05-16 ; Creative Commons

A causa dell’ invecchiamento generale della popolazione italiana, si stanno diffondendo sempre più in Italia le strutture denominate R.S.A., acronimo di Residenza Sanitaria Assistenziale, ovverosia quelle che comunemente sono ancora denominate “ Case di Riposo”.

 

Queste istituzioni, numerose soprattutto nel Nord Italia, hanno sicuramente compiuto notevoli passi in avanti rispetto ai vecchi Ospizi ( sostantivo che ha assunto valore quasi prettamente negativo), divenendo ora luoghi dove vengono accolte persone anziane ( per definizione è anziano chi ha 65 o più anni anche se ormai l'età media di chi entra in una R.S.A. è di 80-85 anni ), la grande maggioranza delle quali è affetta da decadimento cognitivo in varie forme di gravità e da problemi di deambulazione, da lievi fino all'impossibilità completa di mantenimento della stazione eretta.

Il lavoro svolto dal medico di R.S.A. è molto articolato e complesso. Egli non ha a che fare con la cura di un singolo apparato ma con la patologia e la cura dell’ intero organismo, dell’ intero corpo umano.

 

Corpo con molti anni, segnato da una lunga vita con tutti i suoi incidenti, ostacoli e sofferenze, corpo affetto da più patologie contemporaneamente, soprattutto da quelle cronico-degenerative così presenti e sempre più diffondentesi nella nostra epoca e latitudine.

 

Il medico deve quindi possedere solide conoscenze di anatomia, di fisiopatologia, di internistica. Deve saper compiere un esame obiettivo completo ed esercitare continuamente l’ arte della semeiotica che è spesso la sua unica alleata nel formulare una diagnosi, in quanto egli non ha a disposizione, per lo meno nell'immediato, strumenti diagnostici per immagini , il cui eventuale compimento sarebbe comunque spesso molto difficoltoso a causa del fatto che si tratterebbe di trasportare nel più vicino ospedale ( quanto vicino?) una persona spesso non deambulante.

 

Il medico deve sapere interpretare i segni clinici del suo Ospite, Ospite che frequentemente non sa riferire i suoi sintomi o li riferisce in modo vago e confuso, essendo il suo linguaggio e la sua percezione corporea alterati da decadimento cognitivo.

 

Deve conoscere bene i numerosi farmaci somministrati contemporaneamente all'anziano, i loro effetti collaterali e le loro interazioni, cercando così di evitare l'insorgenza di disturbi iatrogeni.

 

Poche poi non sono, e per nulla semplici, le problematiche etiche con le quali un medico che lavora in R.S.A. si deve confrontare pressoché quotidianamente.

 

Solo a titolo di esempio: egli non può quasi mai ottenere, sempre a causa del molto probabile decadimento cognitivo di cui è vittima il suo Ospite, un vero e proprio consenso informato alle cure ed alle procedure diagnostiche, non può dialogare con lui riguardo la volontà di essere o meno curato e come, non può semplicemente spiegargli da quale malattia sia affetto e cosa si stia facendo per farlo stare meglio. Insomma viene a cadere il più logico, corretto e umanamente ricco strumento dell’ arte medica: il rapporto medico-paziente, asse portante della moderna medicina e del Codice Deontologico.

 

Il medico si trova spesso a dover decidere se attuare una contenzione fisica e/o farmacologica di un Ospite che manifesta agitazione psico-motoria e disturbi del cammino e dell’ equilibrio, al fine di tutelarne l'incolumità ma allo stesso tempo camminando sul crinale tra gli Articoli 13 e 32 della Costituzione e il rischio di incorrere nell'accusa di mancata cura di incapace, con tutte le conseguenze medico-legali che ne possono derivare.

 

Il decadimento cognitivo (sia esso Malattia di Alzheimer, demenza vascolare, demenza a Corpi di Levy, demenza fronto-temporale) è di per sé stesso una patologia che nell'arco di un tempo che dura in media 8-10 anni porta a morte.

 

Nelle fasi terminali dell’ esistenza dell’Ospite si aprono quindi i complicati scenari delle scelte di “fine vita”: il ricorso o meno a nutrizione ed idratazione artificiali tramite sondino naso-gastrico o PEG, l'invio o meno presso Pronto Soccorso per una patologia che si sa già essere poco curabile

anche in ambito ospedaliero, la prescrizione o meno dell'ennesimo antibiotico, il quando e come fare ricorso a cure palliative fino ad arrivare ad una sedazione palliativa per ovviare a segni clinici incoercibili, in primis, dispnea, secrezioni tracheali e manifestazioni, spesso non verbali e dirette, di dolore, quando sospendere terapie divenute clinicamente inappropriate ed eticamente non proporzionate ,quando è davvero raggiunto il limite del cosiddetto “ accanimento terapeutico”.

 

Il medico che lavora in R.S.A. è chiamato a svolgere la propria professione in un ambito molto delicato, ricco di sfaccettature umanissime, fatto di continue, difficili scelte, di utilizzo prevalente della comunicazione non verbale, di intuizioni, di confronto con vite al termine che dalla società vengono spesso considerate come prive di qualsiasi valore.

 

E’ chiamato, insieme a tutti gli altri professionisti che operano nel suo stesso contesto, infermieri professionali in primis, a rispondere alla domanda su quale senso dare ad una vita che spesso non ha più una voce per esprimersi e quindi lo fa usando comportamenti che agli occhi dei più potranno essere definiti, usando l'espressione migliore, “bizzarri”.

 

Fortunatamente in questo gravoso compito non è solo: l'attitudine, sempre più diffusa al lavoro in equipe, lo porta a condividere fatiche, difficoltà e decisioni, dalle quali dipenderà la buona conclusione di una vita che se ne va, e, la umana, ma non patologica, mestizia di chi resta, con le altre figure professionali che operano in R.S.A.: gli infermieri professionali, sempre più preparati e sempre più competenti nella tecnica professionale, ma anche e soprattutto nella comunicazione a tutti i livelli, gli operatori ASA/OSS veri e propri “occhi e orecchie” sempre aperti sull'Ospite, i fisioterapisti e gli educatori professionali pronti a scoprire e portare in luce, con la massima valorizzazione, le capacità che ancora sono ben presenti in ogni Ospite, lo psicologo, sempre disponibile ad ascoltare e dipanare i vissuti emozionali, numerosi e complessi,di tutti quanti, dagli operatori ai familiari.

 

Auspicabile sarebbe che si crei e sviluppi una vera e propria rete,regionale o nazionale che sia, che faccia uscire dal limbo nel quale si trovano attualmente relegati gli operatori di R.S.A. e che ciò divenga poi un sereno dialogo e confronto con geriatri, neurologi, responsabili di Pronto Soccorso,Asl o Ats in modo da poter garantire la migliore assistenza possibile anche e soprattutto nelle ultime fasi della vita.

Dott.sa Silvia Nava;  CC

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Commenti: 3
  • #1

    Eleonora (venerdì, 10 febbraio 2017 21:56)

    Aggiungo che altro difficile compito del medico in RSA è la relazione con i parenti del proprio ospite che spessissimo non accettano il fisiologico invecchiamento e quindi il fine vita del loro caro. Spesso sono in burnout e hanno bisogno loro di cure. Delegano il loro caro ma non sono emotivamente pronti a farlo e vogliono continuare ad avere il controllo anche delle terapie. Vanno su internet e dopo essersi letti un articolo di 20 righe pensano di saperne più di te che hai studiato anni Spessissimo sono diffidenti e portano il medico a lavorare non per il benessere dell'ospite ma in un'ottica di medicina difensiva: per cui esami inutili e accanimento terapeutico.

  • #2

    Carlo (venerdì, 10 febbraio 2017 22:53)

    Parole sante!

  • #3

    Toto (mercoledì, 25 ottobre 2017 08:30)

    Eleonora, meno arroganza, più disponibilità e umanità.