ASSISTENZA AL PAZIENTE CON FRATTURA AGLI ARTI INFERIORI

AUTORI: Campitelli Stefania*, Caporali Tonino**, Perini Carla***, Rovere Marcello****

 

* Ospedale Sandro Pertini di Roma

** Policlinico militare Celio di Roma.

***Università cattolica del Sacro Cuore “A. Gemelli” di Roma.

**** Azienda San Camillo-Forlanini di Roma.

Fonte: Estratto dal PDF pubblico IPASVI ROMA

Il femore è l’osso più lungo e pesante del corpo. E’ riccamente vascolarizzato e nella diafisi contiene il midollo osseo rosso. Le principali fratture interessano: il collo (tipica lesione conseguente a caduta di persone anziane) e la diafisi, che può essere accompagnata dall’esposizione dei monconi (conseguente ad incidenti stradali o cadute).

 

La principale complicanza della frattura di femore è l’emorragia che può raggiungere i 2000 ml di sangue e determinare shock ipovolemico.


Tra i segni e i sintomi si notano:

  • Deformità e accorciamento dell’arto, in seguito a scomposizione dei due monconi ossei e alla contrattura antalgica dei muscoli dell’arto interessato.
  • Rumori di scroscio osseo (crepitio).
  • Dolore dovuto alla stimolazione delle fibre nervose locali.
  • Impotenza funzionale.

Il soccorritore, giunto sul luogo dell’incidente, deve porsi, prima di iniziare qualsiasi manovra sul paziente, tre obiettivi essenziali:

  • impedire la mobilizzazione e il trasporto del ferito prima di aver identificato ogni lesione, e prima di aver eseguito un’immobilizzazione adeguata;
  • in caso di fratture esposte, adottare tutte le misure necessarie per prevenire l’insorgenza di infezioni
  • proteggendo le ferite con compresse di garza sterile;
  • immobilizzare l’arto ferito, per evitare le dislocazioni secondarie e attenuare il dolore.

Le tecniche di immobilizzazione che di volta in volta vengono utilizzate variano in funzione della sede della frattura e del tipo di materiale disponibile.

 

Il trattamento delle fratture del femore prevede, in ogni caso, l’immobilizzazione dell’arto e del bacino. Il paziente viene posto in decubito supino per un miglior controllo delle condizioni generali e per un migliore approccio sistematico da parte dell’èquipe.

 

Non si deve assolutamente riposizionare il piede extrarotato nella posizione fisiologica, perché potrebbero essere lesionati terminazioni nervose, grossi vasi venosi e, soprattutto, arteriosi con gravi conseguenze.

 

L’immobilizzazione dell’arto traumatizzato viene eseguita legando l’arto interessato a quello sano con una fasciatura, interponendo un’imbottitura tra le ginocchia e le caviglie.

 

Se disponibile, va posizionata una stecca rigida e imbottita in aggiunta a un asse inserito nella tasca laterale esterna dei pantaloni fino all’ascella; essa va fissata al tronco con fasciature e imbottitura posta sotto al cavo ascellare.

 

Oggi sono disponibili degli immobilizzatori per gli arti inferiori, i quali si presentano pratici, sicuri e lavabili.

 

Una volta immobilizzato l’arto, la mobilizzazione del traumatizzato dal suolo verso il veicolo di soccorso (ambulanza o eliambulanza) deve avvenire utilizzando la barella bivalve o a cucchiaio.

 

Nei casi più gravi e quando disponibile, può essere utilizzato il materasso a depressione, presidio ideale per un trasporto sicuro che trova indicazione anche nel trasporto del TVM.

 

E’ costituito da un involucro lavabile, radiotrasparente, nel quale sono contenute microsfere di polistirolo espanso, che vengono compresse attraverso la sottrazione di aria dalla valvola situata su uno dei lati. L’aria è convogliata all’esterno mediante l’aspirazione elettrica o meccanica. Il posizionamento richiede la presenza di almeno 3 soccorritori, il primo dei quali distende il materasso a terra o sulla barella di trasporto in ambulanza.

 

Gli altri due soccorritori si servono della barella a cucchiaio per trasferire il ferito dal suolo al materasso e, successivamente, adattano il materasso al corpo del traumatizzato in modo da ottenere una struttura aderente e rigida che impedisca spostamenti delle parti del corpo lesionate.

 

Dopo aver assicurato il ferito al materasso mediante le cinture esterne lo si può trasferire all’interno del mezzo di trasporto.

Qualunque ulteriore spostamento (per esami radiologici, trattamenti terapeutici, ecc.) è consentito da maniglie poste sui lati del materasso.

 

Va detto però che, per la sua natura, il materasso a depressione presenta numerosi limiti:

 

  • può essere impiegato solo da personale particolarmente esperto;
  • non è utilizzabile in ambienti dove sono presenti oggetti taglienti o abrasivi che, lacerando il materasso, lo renderebbero inutilizzabile;
  • il posizionamento richiede una ulteriore manipolazione del paziente per la sua applicazione (passaggio del ferito sulla barella a cucchiaio).

Ciò nonostante fa parte delle attrezzature sanitarie d’obbligo a bordo di ambulanze di tipo A (cfr. L.R. Lazio 17/7/1989 tab. I, II).

 

Il materasso a depressione comunque, consente l’immobilizzazione dell’intero corpo senza ricorrere all’utilizzo di altri sistemi di bloccaggio, come ad esempio cinghie di contenzione.

 

Permette l’immobilizzazione del paziente anche in posture anomale. E’ molto utile per prevenire dispersioni di calore, soprattutto in quei soggetti che presentano già ipotermia o shock.

E’ ideale per i lunghi percorsi in ambulanza perché riduce la trasmissione delle vibrazioni prodotte dalla stessa.