SCINTIGRAFIA EPATICA

Le cellule del parenchima epatico e le cellule di Kupffer hanno la proprietà di captare elettivamente sostanze radioattive iniettate per via endovenosa che emettono raggi gamma, i cui impulsi vengono registrati mediante particolari apparecchi di rilevazione e consentono di ottenere l’immagine “fotografica” (scintigrafica) dell’organo che viene indagato.

 

Le sostanze che vengono abitualmente impiegate per questa indagine sono il Rosa-Bengala 131I o la BSF-131I, che vengono captate dagli epatociti, oppure l’Au198 colloidale e, soprattutto, il solfuro di tecnezio (99Tc), i quali vengono, invece, captati dalle cellule di Kupffer.

 

Il tracciante (in genere si utilizza il 99Tc) raggiunge il fegato e la milza per via arteriosa e consente la visualizzazione di entrambi questi organi, in quanto questa sostanza viene captata anche dalle cellule del reticolo endoteliale presenti nella milza.

 

In condizioni normali il fegato mostra alla scintigrafia un’immagine caratteristica col profilo tipico “a cappello napoleonico”, in cui la distribuzione del tracciante è omogenea nel contesto di tutto l’organo, mentre in presenza di malattie epatiche, in particolare quelle croniche, in cui esiste un variabile sovvertimento della normale struttura del fegato, si riscontra una diffusa diminuzione della captazione con variabile grado di disomogeneità nella distribuzione intraparenchimale del colloide radioattivo.

 

Inoltre, in questi casi, sono solitamente presenti diverse “lacune di captazione” (o “aree fredde”), che corrispondono ai focolai di necrosi o di più abbondante formazione di tessuto connettivo, le quali si accompagnano tipicamente ad ipercaptazione della milza e, talora, anche del midollo osseo aventi significato vicariante.

 

La presenza all’indagine scintigrafica di aree fredde non captanti è particolarmente caratteristica quando il fegato è interessato da processi neoplastici, primitivi o secondari, purché il diametro di questi raggiunga almeno i 2 cm.

 

Fonte RUGARLI - Medicina interna